Solo poche ore fa si celebrava la prima Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di Coronavirus. E in questi mesi di pandemia, di paura e incertezze ogni singolo gesto quotidiano ha assunto una valenza diversa. Uno su tutto: quello di lavarsi le mani.
Ci siamo lavati le mani in ogni modo, a casa con il sapone piuttosto che con nei negozi e in qualsiasi altro luogo con gel disinfettanti per le mani.
Oggi, lavarsi le mani è un gesto quotidiano e scontato, nella vita di ognuno di noi e ancora più nella pratica medica. Ma se le cose stanno così lo dobbiamo a un medico ungherese di nome Ignaz Semmelweis.
La rivista Focus gli aveva dedicato un pezzo all’indomani del Doodle del 20 marzo 2020 definendolo che: il destino più infelice che sia mai toccato a un genio incompreso è quello del medico ungherese Ignaz (o Ignác) Semmelweis.
E non a torto. Perché il destino di questo medico che con la sua intuizione ha salvato la vita a tantissime donne è stato quantomeno crudele.
Per comprendere a fondo l’importanza di questo medico dobbiamo contestualizzare il momento e fare un salto indietro di quasi 200 anni, nel 1847.
A quei tempi, Ignaz Semmelweis lavorava presso un ospedale di Vienna in ostetricia e si accorse che in un padiglione, gestito da medici, moltissime donne morivano dopo il parto di sepsi o febbre puerperale (l’11% circa).
In un altro padiglione, dove ad aiutare le donne a partorire erano solo ostetriche, i decessi erano appena l’1%. Si chiese dunque cosa facesse quella differenza enorme in termini di vite umane.
Possibile che fosse più sicuro per una donna farsi seguire da una semplice ostetrica piuttosto che da un dottore?
Semmelweis trovò la risposta a questa domanda eseguendo l’autopsia su un suo caro amico e collega, morto dopo breve malattia. Nel suo corpo dell’uomo trovò le stesse lesioni che si trovavano nelle salme delle puerpere che i medici dell’ospedale dissezionavano come ricerca e prassi normale.
Pochi giorni prima, ricordò Ignaz, il suo amico si era ferito proprio mentre eseguiva un’autopsia su una neo-mamma. Ecco allora che cosa lo aveva ucciso, ed ecco come si era trasferito il contagio: per contatto.
All’epoca era prassi, negli ospedali, che medici e studenti passassero direttamente nelle sale parto dopo aver eseguito autopsie e vice versa. Un tragitto frettoloso, percorso senza lavarsi le mani.
Poteva apparire un dettaglio trascurabile, ma non lo era. E Semmelweis dimostrò che erano proprio le mani dei medici infettate dalle dissezioni eseguite sulle puerpere morte a diffondere il contagio. Ecco spiegato perché il padiglione condotto dalle ostetriche risultava meno pericoloso.
Una testi che avrebbe scatenato un putiferio e che andava dimostrata. Per farlo il medico ungherese dispose che colleghi e studenti si disinfettassero le mani con cloruro di calcio prima di entrare in sala parto. Risultato: il calo delle morti per sepsi crollò da subito attestandosi sull’1% di decessi. Esattamente come nel padiglione delle ostetriche.
Ma queste prove non bastarono perché, di fatto, dimostravano che i medici, pur in modo totalmente inconsapevole, erano stati responsabili di quei decessi. Ovviamente i colleghi non la presero benissimo e primo lo emarginarono, poi fecero cacciare Semmelweis.
Quarant’anni dopo, Pasteur con i suoi studi sulla contaminazione batterica dimostrò quanto Ignaz Semmelweis avesse avuto una intuizione davvero geniale.
Ma per Semmelweis non fu né una rivincita né una magra consolazione, perché il dispiacere per essere stato cacciato dall’ospedale lo spinse verso il manicomio. A nulla valsero le decine di lettere inviate ai colleghi. Così, nel 1865, dopo anni di inutili tentativi, il medico ungherese morì in manicomio per una forma di setticemia contratta durante un intervento chirurgico.

